Per cominciare

Sono thewhitetiger1994 e tanto per farvelo sapere, anche se non importa niente a nessuno, vi scrivo da Lerici, vicino La Spezia, in Liguria nel mio ultimo giorno di vacanza. Se andate nella pagina “Chi sono?” troverete tutte le informazioni che mi riguardano, mentre nella pagina “Come funziona?” comprenderete lo scopo e l’uso del blog. Spero che il servizio da me offerto vi soddisfi.

Ora, senza ulteriori indugi, vi comunico che inizierò a postare articoli con dei miei scritti per farvi conoscere il mio stile, il mio pensiero ma soprattutto la mia creatività. Detto questo buona lettura a voi e buon lavoro a me!

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Voglio raccontarvi una storia…

Titolo: Neyra

P.S.=è il primo capitolo di una mini saga che sto scrivendo su wattpad, se vi interessa potrete trovare il resto dei capitoli lì! Buona Giornata.

Era notte fonda e Valyr era già a letto, almeno così era chiamato da lei quel mucchio di pezzi di cartone che formavano il suo materasso e quei pezzi di stoffa che erano la sua momentanea coperta. La sua camera invece era uno scatolone abbastanza grande da contenere lei, il letto e una lampada ancora funzionante che ancora non riusciva a capire con quale fortuna l’avesse trovata.

Era stremata, dal caldo e dalla fame di quella giornata, ma non riusciva a dormire, avendo paura di rivedere le stesse immaggini che l’avevano tormentata l’altra notte, avendo paura di dover essere abbandonata, in sogno come nella realtà, altre mille volte. Sbuffando, spense la lampada e uscì dalla sua <casa> per camminare un po’, immersa nei suoi pensieri, in quel vicolo cieco che da due anni oramai la ospitava; ma la solitudine stava diventando enorme e Valyr iniziava a chiedersi se non fosse stato meglio per lei lasciare quell’angusto posto una volta per tutte e trovare una sua strada, che, sperava, l’avrebbe portata a condurre una vita non lussuosa ma almeno adagiata. E poi, come già accennato precedentemente, c’era la solitudine, un’enorme ombra che incombeva sulla vita di Valyr, per non parlare della sua paura più grande: l’abbandono. Era già stata abbandonata, quando era più piccola dai suoi genitori ed in seguito da una coppia che non poteva più sostentarla, ma quando era successo si era ripromessa che non avrebbe più sofferto a causa di persone che non la volevano, che se la sarebbe cavata da sola. E per ben due anni c’era riuscita, e anche bene: si era data da fare con lavori più umili, e la paga non era certo alta, ma quei pochi soldi che guadagnava se li faceva bastare per un’intera settimana, a volte nel peggiore dei casi, anche due o tre settimane.

Sospirò e decise di farsi un giro nella città che ormai aveva spento le sue belle luci; non una casa, riusciva a vedere, aveva luci accese o anche solo un barlume che indicasse che qualcuno era in piedi. In quel tipo di notti, con il vento che soffiava tra le colonne dei palazzi più antichi, e l’oscurità del buio che regnava sovrana, quella città si trasformava agli occhi di Valyr. Anche quella volta fu così. Chiuse le palpebre e quando le riaprì vide fiumi di persone camminare intorno a lei, tra chi andava al mercato di corsa, a chi vendeva vestiti ed era contornato da nobildonne che compravano quasi tutta la sua merce in un giorno, a chi, più umile, spazzava per le strade, solo per guadagnarsi qualche soldo, proprio come faceva a volte la ragazza. Tra tutte quelle persone sembrava un pulcino spaesato in cerca d’aiuto, solo un’altro essere umano, che visto dall’alto sembrerebbe essere solo uno dei tanti puntini che abitano la terra. Era circondata da colori, musica, e una miriade di gesti ed emozioni, diverse per ogni persona che passava: vedeva la gioia, l’allegria, i sorrisi, i teneri baci dei giovani amanti, lo stupore alla vista di qualche merce pregiata o unica nel suo genere. Ma c’erano anche emozioni più cupe come Il disprezzo, l’odio, la tristezza.

Valyr sapeva che ad aver creato quel piccolo mondo notturno era solo la sua immaginazione, ma non poteva fare a meno di pensarci perché lei il più delle volte vedeva il fremere di quella piccola cittadina da lontano, dal suo vicolo per l’esatezza, o da uno dei lavori che faceva e di solito la gente si teneva alla larga da lei perché proprio i lavori umili con i quali si guadagnava il pane non era aprezzati dalla gente, sebbene aiutassero molto la comunità.

Era sola, senza casa e come uniche qualità aveva la fantasia, se questa può essere così definita, l’intelligenza e mani da fabbro, ruvide, che avrebbero potuto aggiustare tutto, ma che non si addicevano nemmeno ad una domestica, figuriamoci quindi ad una signorina perbene.

Si sedette sul bordo della strada, in penombra, e fissò con sguardo pensieroso il muro che aveva davanti, dove dei ragazzini si erano divertiti a dipingere ed era venuto fuori un miscuglio intenso di colori, bellissimo ed espressivo; purtroppo per quei ragazzi però, quello fu interpretato come atto di ribbellione e furono mandati nell’unica scuola di addestramento della regione, molto lontana dalla città e dalle loro rispettive famiglie. Valyr lasciò perdere quei pensieri e ritornò a concentrarsi sul suo dilemma interiore. Andarsene o restare? Se fosse restata avrebbe potuto continuare quella vita che non la soddisfaceva, che non la rendeva felice, per anni. Se se ne fosse andata, tutto quello che avrebbe perso sarebbe stato quella che si istinava a chiamare casa, anzi, se non era troppo pesante l’avrebbe potuto portare con lei… In fondo, per le cose che aveva sarebbe stato leggerissimo e se avesse aggiunto qualcosa sotto, avrebbe potuto benissimo trascinarlo. Lei, si ricordò che proprio in quei giorni dei bambini avevano buttato via un carretto nel suo vicolo e quando era andata a vederlo aveva visto che era ancora in buone condizioni, con le ruote a posto. Solo una delle assi era completamente tolta e a quanto pare per i bambini era irriparabile, ma non per lei e comunque non le sarebbe servita a molto quell’unica asse mancante.

Il rumore di zoccoli che si avvicinava rispegliò Valyr dal torpore in cui era caduta e le fece prendere una svelta decisione. Se ne sarebbe andata. Ma in quel momento un’altra preoccupazione assilava la ragazza: non essere vista. Si mise a correre verso il suo vicolo, più veloce che potè e fece appena in tempo ad entrare che una carroza le scivolò con tutta la sua maestosità accanto, ma per fortuna, protetta dalle tenebre, non fu vista nè dal conducente nè dal passeggero. Apettò qualche secondo prima di tirare un sospiro di sollievo e mettersi all’opera; caricò sul carretto il suo scatolone e accorgendosi che mancava un manico per trascinarlo ne fabbricò uno al momento, pregando che non si rompesse visto che era fatto di carta riciclata. Diete un’ultima occhiata a quella che finora era stata la sua casa, poi si affacciò sulla strada in cerca di qualcuno che avrebbe potuto vederla, ma non vedendo nessuno, si tranquillizzò e andò verso le mura della città, protette al momento, solo da cinque o sei guardie che avevano appena iniziato il giro di ricognizione, e le restanti due, delle quali una era entrata beatamente nel mondo dei sogni, mentre l’altra stava per fare lo stesso, inconscio forse in quel momento, delle conseguenze che gli sarebbero potute piovere addosso il giorno dopo se qualcuno se ne fosse scappato.
La ragazza pregò che tutto andasse bene, e andò vicino al cancello per poi sguasciare fuori. Ce l’aveva fatta. Un rumore però la fece girare: il soldato ancora sveglio, avendola vista, aveva dato l’allarme e stava cercando di scendere dal suo posto per acciuffarla, ma Valyr non stette certo ad aspettarlo.

Iniziò a correre, a perdifiato, addentrandosi nella foresta, e un sorriso le comparve sul volto accorgendosi infine che nessuno l’aveva raggiunta, ma sentendo ancora il rumore di passi pesanti sull’erba, ed il latrato dei cani, continuò a camminare, fino a quando non fu circondata solo dal rumore silenzioso della natura.
La luna splendeva alta nel cielo, illuminandole la stradina tortuosa che si propagava in quel bosco e che l’avrebbe portata fuori, Valyr ne era certa. Avanzò, con passo calmo e fiato corto per la corsa, ringraziando che il manico del carretto non si fosse rotto.

“Vi prego, fate che abbia preso la strada giusta, che non abbia sbagliato”

Iniziò ad incamminarsi, verso il suo destino ormai segnato.